Monachina, la vergogna dello sgombero del campo rom: famiglie separate, in strada anziani e malati

di Cristina Mattiello Comitato solidale e antirazzista Monteverde

“Ennesima spunta verde per l’amministrazione”, ha postato su Facebook la presidente del Municipio XIII poco dopo lo sgombero – perché questo è il termine appropriato – del campo Rom della Monachina. Dopo quelli del Camping River, del Foro Italico, di Schiavonetti, dell’Area F di Castel Romano. Una spunta, una tacca, insomma, evidentemente funzionale alla campagna elettorale in corso. Faceva un caldo torrido quel giovedì I luglio quando, sotto gli occhi di pochi testimoni, tra cui chi scrive, e il controllo di più di una decina di macchine della Polizia di Roma Capitale, i Rom della Monachina in due o tre ore hanno dovuto raccogliere il più possibile di tutto quello che avevano da anni e .. andare via. Dove? La legislazione internazionale stabilisce procedure precise per gli sgomberi forzati, a tutela dei diritti umani degli interessati. Tre i principali testi di riferimento: la Convenzione Internazionale per i Diritti Economici, Sociali e Culturali (ONU,riferimento: la Convenzione Internazionale per i Diritti Economici, Sociali e Culturali (ONU, 1976), ratificata dallo Stato italiano, soprattutto all’art. 11, la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali (CEDU), all’art. 8, ma anche la Carta Sociale Europea Riveduta. In vari modi tutti questi testi riconoscono il diritto a una consultazione reale e comunque ad un alloggio adeguato dopo lo sgombero, che deve avvenire nel pieno rispetto dei diritti umani. Numerose sono già state le condanne dell’Italia da parte degli organismi europei di garanzia (come la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) in seguito a denunce collettive. Eppure, nonostante il trionfalismo dei comunicati ufficiali, non è andata diversamente neanche questa volta.

Il “Patto”, presentato dal Comune con tanta arrogante sicurezza come un’ottima soluzione innovativa, presentava a monte un vulnus irrisolvibile: era discriminante in relazione al sostegno da ricevere. Chi non l’accettava o non poteva sottoscriverlo, perché privo di documenti regolari, veniva di fatto escluso e abbandonato se stesso, come si è visto drammaticamente l’ultimo giorno. Un approccio non legittimo, che viola alla radice il principio base secondo cui tutti sono intrinsecamente portatori di diritti umani. Due anni – tre secondo la versione ufficiale – di lavoro nel campo per non arrivare neanche alla normalizzazione dei documenti di tutti, condizione preliminare all’inclusione nel Patto. Un campo difficile sotto questo profilo, perché, a parte qualche presenza rumena, di origine (lontana) ex-Jugoslavia, (presentava) la situazione più complessa per i documenti, vista l’assenza di accordi bilaterali che facilitino. Ma si trattava solo di impegnarsi per sanare via via le singole situazioni.

Ma il Patto era costruito male anche sul piano dei contenuti: i Rom dovevano trovare da soli una casa in affitto – quindi dare garanzie, anticipo e primo mese – per poi ricevere – sperare di ricevere regolarmente – un contributo economico. Ma chi affitterebbe a un Rom una casa? E come potevano avere la possibilità economica? Nell’ultima fase è stata aggiunta, per non chiudere il campo disastrosamente, una nuova opzione definita ottimisticamente “co-housing”: due o tre nuclei riuniti – ammassati – in un appartamento. Con la scelta calata dall’alto. Un Diktat, più che un Patto. In uno o due casi la combinazione è risultata impraticabile per incompatibilità tra due o più persone. La soluzione è quindi saltata e non è stata rimpiazzata con altre proposte! Le persone sono così finite in strada. I dormitori offerti (non sempre) come extrema ratio prevedono la separazione tra donne e uomini e non sono ammessi bambini (per loro la casa famiglia). Sono inoltre avvertiti nell’area del disagio sociale come “pericolosi”, poco sorvegliati e quindi vengono in genere rifiutati.

Alla fine degli abitanti della Monachina in strada sono finite quasi tutte le fragilità: il caso più grave, una donna anziana, diabetica insulinodipendente, non autosufficiente, che è stata lasciata senza aiuti ma anche senza documenti regolari e perfino senza tesserino sanitario rinnovato per l’accesso a un piano terapeutico, una donna e due ragazze molto giovani con bambini, di cui una, minore, in gravidanza, un anziano malato. E anche altre persone: una coppia, un uomo. Tutti lì da molti anni e in grado di assicurarsi una sopravvivenza dignitosa nel campo. Questa gestione è stata anche segnalata alla Prefettura di Roma dalle associazioni di solidarietà Movimento Kethane – Rom e Sinti per l’Italia, Cittadinanza e Minoranze, Comitato solidale e antirazzista Monteverde.


Ma è il bilancio complessivo che dimostra il fallimento: pochissime le case assegnate – prevalentemente nella periferia Est , quindi lontano dai riferimenti costruiti in decenni, qualche aiuto sul lavoro (la regolarizzazione del furgone) a chi bene o male già era in grado di procurarselo, qualche borsa lavoro, ben lontana da quello che si può definire inserimento professionale, in compenso disgregazione dei nuclei familiari allargati, interruzione di percorsi scolastici faticosamente portati avanti, nessun aiuto per un’inclusione reale nei nuovi contesti. Anche chi non è in strada vive questo momento come un’interruzione drammatica della propria vita e un regresso – spesso oggettivo – delle condizioni quotidiane.

La passerella al campo di tutti i funzionari dell’Ufficio Rom e degli operatori, che , insieme alla sindaca, si vantavano dei brillanti risultati raggiunti appare veramente surreale. Ma la protesta delle associazioni presenti, in continuità con la mobilitazione della sera prima, sia pure senza ottenere effetti concreti al momento, ha, si spera, aperto una breccia nel muro di consenso e dato alla comunità rom un sostegno politico che può avviare promettenti percorsi futuri, con una presa di coscienza dal basso.

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